giovedì 1 luglio 2010

Gli ultimi dieci giorni.#2.

TRADIZIONE DEL JAZZ MANOUCHE

"I nomadi Manouches sono i discendenti del ceppo zingaro più antico. Giunti in Europa occidentale tra il XV e il XVI secolo, dopo un viaggio durato circa un millennio, hanno scelto come sede di permanenza la Francia, l'Olanda, la Germania e il Belgio. La loro origine indiana trova conferma nel nome "manus", che deriva dal termine dell'antico Hindi "manusa": essere umano.
Un contributo significativo allo sviluppo dello stile musicale Manouche fu apportato negli Anni Trenta dal chitarrista e compositore Django Reinhardt, anch’egli Manouche. Nel 1934, Django creò con il violinista Stéphane Grappelli il Quintetto a corde dell’Hot Club de France. Nasce un nuovo ed interessante jazz Europeo.
Nei successivi vent’anni, Django fu in grado di mostrare i diversi aspetti del suo smisurato talento. Un virtuoso dello strumento capace di reinventare radicalmente l’approccio della chitarra nel jazz, un compositore di capolavori sbalorditivi alla ricerca continua d’ispirazione nelle nuove tendenze, passando dallo swing al bop, dalla chitarra acustica alla chitarra elettrica. Ma senza mai perdere di vista le sue radici culturali e le sue particolari sonorità.
I musicisti Sinti scoprirono Django attraverso i dischi e attraverso la pratica musicale, propria delle loro famiglie. Amando suonare tra loro e per loro stessi una musica nella quale si riconoscono, ancora oggi si tramandano di padre in figlio il loro immenso patrimonio culturale.
Nelle comunità Manouche, difatti, le tradizioni culturali si trasmettono oralmente in occasioni di festa ed incontri familiari e la musica occupa sempre un posto preponderante.
I Manouche assimilarono, così, il repertorio di Django Reinhardt e acquisirono padronanza con gli strumenti: due chitarre da accompagnamento e un contrabbasso per assicurare una imperturbabile sezione ritmica (da loro chiamata "la pompe" manouche), una chitarra solista, un virtuoso violino e talvolta una fisarmonica.
I chitarristi, fedeli ai propri maestri, danno priorità alla ricerca del virtuosismo e dello spettacolare."


Questa introduzione perché con amici, musici e non, si parte, il 23 mattina, per Samois sur- Seine, Per il festival internazionale Django Reinhardt.

Samois è una cittadina benestante e curata nella quale Django reinhardt si trasferì (casualmente, gli si ruppe la macchina proprio li) e dove poi, nel 1953, morì. Da allora è meta di pellegrinaggio di zingari di vari ceppi da tutto il mondo, e da 31 anni è sede di questo meraviglioso festival.
Mio compagno di viaggio, tra gli altri, è Augustarello, al secolo Augusto Creni, bravissimo chitarrista con il quale sono particolarmente contento di suonare. Egli ha abbracciato il Manouche tempo fa e sta diventando specialista nel genere, non vede l'ora di andare al festival.
Ma adesso un po' di sano riciclo, ripubblico qui una storia a fumetti di 4 pagine fatta per la rivista Lamette, argomento: Django Reinhardt!








Ecco ora che ci sono sufficienti premesse posso cominciare. Questo è, per questo genere, uno dei più importanti festival del mondo. Dopo alzataccia, viaggio, ryan air, pulman metro e treno, ci buttiamo in un campeggio pieno di gente che suona e la giornata tipo è questa: ore nove sveglia (le tende sono al sole e si schiuma in fretta). colazione, forse ci si lava, si va a suonare nel campeggio o sulle rive della senna tutto il giorno con persone venute da varie parti del mondo con il pallino per questa musica. Zingari inclusi. Alcuni Manouche campeggiano infatti a trecento metri da noi con immancabili caravan e lucidissimi macchinoni. Augusto (che poi è il personaggio di tutto il racconto) si fa prestare una chitarra e suona più o meno dodici ore al giorno. verso le 18.00 andiamo al festival, che è su una polverosa isoletta di fronte al paesino, e stiamo li fin verso le due di notte. Poi si torna al campeggio dove si continua a suonare fin verso le sei del mattino. A un certo punto della giornata, complice il caldo e la polvere ci si lava. Un campeggio sonoro non mi era mai capitato, di solito ci sono delle regole non dette di quiete e pace, qui le regole sono che tutti suonano a qualunque ora del giorno e della notte. Per convivio, cosa aihmé sempre più rara e sconosciuta in Italia. Assisto a scene di gruppi di sconosciuti, come di intere famiglie che suonano alle quattro del mattino in un'atmosfera surreale. Io mi faccio prestare un contrabbasso come e dove capita, ma alla fine suono molto meno, vado a vedere la casa di Django e a bere al baretto in piazza dove si incontrano tranquillamente Angelo Debarre e Tchavolo Schmitt. (due icone viventi del genere e musicisti fantastici). Li per li faccio un ritratto a Debarre che lo guarda con sospetto (la sera prima ho visto il suo concerto, veramente fantastico). Quale sarà la sorpresa quando ci troveremo il predetto Tchavolo Schmitt in campeggio, a duecento metri da noi tutto intento a bere (vino e perrier, mio dio!!!) e a suonare con suoi amici Manouche di tutte le età.
Note interessanti, la trasmissione della tradizione ai più piccoli, incontriamo parecchi bambini già musicalmente maturi e veramente talentuosi con una chitarra in mano. Su tutto c'è quest'aria di pace tipo Woodstock, io non riesco a scattare una foto, dimentico nello zaino tutto il necessario. Riesco ad espandere la mia cultura, invece, su pendagli da collo appartenenti ai predetti zingari e sui ragni campagnoli dimoranti nel campeggio.
La prima voce è rappresentabile con una allegoria di oro, oro bianco e platino, intrecciata e intrecciante colli e polsi. Sfilano: capocce di gesù cristo alte almeno dieci centimetri, madonne enormi, tondo con croci e raggi divini che spuntano da tutte le parti, capezze larghe almeno un paio di centimetri, un abc non indifferente!
La seconda mi attrae molto, i ragni sono ovunque e non temono nessuno (guarda tra dieci anni come stamo eh) vengono e vanno e alla fine so pure simpatici va.
Il festival è in se molto bello e anche economico, l'abbonamento per 5 giorni (minimo di tre concerti al giorno) costa 100 euro e ci sono dei concerti di veri mostri sacri, in ordine di mio gradimento:
- Angelo Debarre
- Lollo Meier & Fapy Lafertin
- Tchavolo Schmitt
- Winterstein Trio
- Paco de Lucia
etc...
Io dicevo scatto poche foto ma disegno un po' e mi prodigo in ritratti del romano Augustarello, il quale prova tutte le chitarre ( ci sono almeno dieci stand di liutai e ognuno ha almeno sei chitarre in esposizione, ma anche di più) e suona con tutti (come dicevo il convivio musicale è ovunque e anche mentre ci sono i concerti, dietro il palco e ai tavoli tutti suonano insieme.
Quindi, et voilà ecco alcune delle cose fatte con la mia lamy caricata a colori vari:













p.s.
Augustarello (nomato da noi con accento francofono come Augustarellò) ha suonato così tanto e con così tanti che alla fine lo conoscevano tutti.
p.p.s.
Dietro ogni grande uomo c'è una grande donna, che di solito fa grandi marmellate.
p.p.p.s.
Questo è anche il genere che "casualmente" suono con il mio gruppo Scaramanouche, se volete è nei link...
p.p.p.p.s.
Qualcuno potrà dire che questo resoconto sia scritto con la stessa innocenza e complessità del tema delle medie, a loro dico "STICAZZI", esperienza molto bella, noi fummo li, voi foste a Roma, probabilmente a fa l'aperitivo al pigneto.
p.p.p.p.p.s.
Chiudo con uno schizzo notturno di Samois, baci e alla prossima..."Mai viste due così!"

Gli ultimi dieci giorni.#1.

Anno Domini 2010, dal 20 al 30 Giugno. Giorni interessanti.
Arrivo a Roma e con il fido Piri Piri Atelier, al secolo Daniele Catalli, mio compagno di malefatte da ormai tre lustri, andiamo ad allestire la nostra (e di Lamette) cella al Crack, il festival di fumetto indipendente che si tiene al forte prenestino. Roma, Lazio Italia. Detto festival è anarcoide e variopinto e partecipa gente da tutta Europa, evviva i disegnetti!
Dipingiamo la nostra cella di due tonalità di blu differenti, il blu domina gli ultimi giorni con una serie di accadimenti interessanti, vedo cartelli blu, disegno su fogli blu, incontro persone blu. All'arrivo dei magnifici componenti di Lamette, il giorno dopo, l'unico commento di Rocco Lombardi e "Il Poverello" è :"Ma che è la cella del Napoli?" deciciamo di omettere commenti e bestemmie anche per il rispetto al culo dedicato alle pareti della detta cella. Il festival passa in fretta, tra amenità varie, il solito e molesto Marco Corona che prima fa un murales e poi, sotto l'occhio attento di alcune telecamere, ci piscia sopra, personaggi vari dell'underground italiano, Ciro Fanelli e i marchigiani impazziti (sembra un film trash anni '50 ma è così, molesti e gonfi di idromele) incontri interessanti, Valerio Bindi (uno degli indefessi organizzatori) si aggira come lo spaventapasseri di Batman. E la fiera va, non si vende quasi nulla, gli avventori credo spendano tutto quello che hanno per i loro insopportabili cani pulciosi e polverosi che zompettano per gli spazi comuni. Ogni tanto qualcuno viene calpestato. Ci sono un paio di cose interessanti tipo i Malleus, un gruppo di toscani che fa manifesti in serigrafia per la musica, fichi, poi i francesi Dernier Cri, poi autoproduzioni nuove, quello che fa le capocce rockabilly di cartapesta e che esprime sè stesso in fila per prendere una birra dicendo agli amici "aò ma non ve viè voglia de scureggià?" chapeau! In altre celle c'è un po' di monnezza visiva tipo "lasciatemi esprimere la mia creatività qui, nudo!", e soprattutto, uno che disegna (con spray) un Don Bosco sostanzialmente gratuito (Bindi furente).
A parte questo la nostra cella vive i suoi soliti momenti di magia grazie anche alla presenza dei Punk di lamette, Rocco e il Poverello, che impreziosiscono la mia grigia esistenza con un detto Formiano: "Non zì pittùre pe stu quadro!" ovvero un garbato modo per dire lascia perdere. Questa frase viene dispensata ai rari acquirenti che decidono di investire del prezioso danaro da noi. Passa a un certo punto Giorgio Santucci, disegnatore viterbese (sembra un ossimoro) che ci lascia n copie di un catalogo di una vecchia mostra alla quale partecipammo tutti tempo fa e dice "che me li vendete?" verranno venduti tutti, grazie anche alla copertina di quel primate di Miguel Angel Martin.
Una foto con Santucci e Bocchio (altra perla dell'alto lazio) viene scattata, io sono il custode della fiamma e della verità. E tra due abitanti della tuscia ce vò poco. E' evidente, piuttosto, l'acre verità, ovvero che siamo tre pelati. Pieni di dignità, però.

Dopoché ci sono momenti lirici grazie al Poverello che importa (gratuitamente) il suo gruppo punk da Formia e fa un concerto degno di nota, mostrando anche le note chiappe d'oro. Il tutto mentre di sopra dilaga un'elettronica deteriore. Ah i tempi di Weimar...
Il giorno seguente vede il momento dell'esibizione di garbato swing e musica manouche in cella con i musici Augustarello, Leonino e me. se trovo foto le metto, intanto c'è questa.

Il festival si conclude con i conti di denaro incassato (madò), il Poverello macilento che si trascina gonfio del solito vinaccio che te danno al forte (roba forte, da punk) e una sequela di persone che prende storte nelle cinquemila buche nei corridoi.
Bene bene, questi sono solo 4 degli ultimi dieci giorni, a breve i successivi nella seconda parte del raccontino, stay tuned!.